BOTTE DA ORBÁN

Il populismo identitario semplifica, divide e, alla lunga, impoverisce. Non è solo una questione di slogan o propaganda, è una trasformazione culturale profonda, che ridefinisce il rapporto tra cittadini, istituzioni e verità.
Il modello Orbán si fonda su un’idea precisa: concentrare il potere, delegittimare i corpi intermedi, controllare il racconto pubblico. Il risultato è una democrazia formale ma svuotata, dove il dissenso è tollerato solo entro confini sempre più stretti. Questo schema ha trovato eco nel “Make America Great Again” e oggi rimbalza anche in Italia.
Qui entrano in gioco Matteo Salvini e Giorgia Meloni. Con differenze importanti, certo, ma con una grammatica politica che spesso richiama gli stessi codici: nemici esterni da evocare, emergenze permanenti da cavalcare, complessità ridotta a narrazione binaria. Il rischio è che la politica smetta di governare i problemi per limitarsi a raccontarli.
Il declino culturale non è un effetto collaterale, è una condizione necessaria. Meno strumenti critici, meno confronto, più reazioni istintive. Quando il dibattito si abbassa, il consenso si semplifica, e, quando il consenso si semplifica, il potere si rafforza.
Ma il prezzo è alto. In Italia questo significa istituzioni più fragili, politiche più miopi e una società più polarizzata. Significa anche perdere la capacità di immaginare il futuro, sostituita da una nostalgia permanente che guarda indietro invece di costruire avanti.
Le “botte da Orbán” al neo nazionalismo oggi arrivano da Budapest e fanno male alla scorciatoia del populismo de noaltri , perchè ogni volta che scegliamo la scorciatoia, rinunciamo a un pezzo di complessità e di libertà. E alla fine il popolo torna a camminare per la faticosa strada della democrazia.

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