
RIFORMA ELETTORALE: COSA HA IN MENTE LA DESTRA (…che piace anche alla sinistra)
Nelle ultime settimane è tornata con insistenza una proposta che il governo presenta come “tecnica” e “di sistema”, ma che in realtà è profondamente politica: la riforma della legge elettorale.
L’idea che circola a Palazzo Chigi è questa: ritorno a un sistema proporzionale, reintroduzione delle preferenze, un premio di maggioranza alla coalizione che supera il 40% e una quota di liste bloccate per garantire l’elezione di figure scelte dai vertici. Ufficialmente, l’obiettivo sarebbe rafforzare la rappresentanza e rendere più stabile il sistema. Ufficiosamente, evitare che il consenso, oggi alto, ma non più in crescita, diventi un problema domani.
Il proporzionale, nella storia italiana, ha sempre avuto la funzione non di aprire il gioco, ma di metterlo in sicurezza. È lo strumento che il potere usa quando teme l’alternanza e un premio di maggioranza al 40% è la chiave di volta. Abbastanza alto da sembrare serio, abbastanza basso da rendere possibile governare senza una vera maggioranza nel Paese.
Dentro questo contesto si inserisce tutto il resto: il ritorno delle preferenze e la frammentazione controllata.
Una riforma che non chiede consenso, ma lo amministra, perché regole come queste non servono solo a chi governa oggi, ma anche a chi teme di perdere domani. Un dettaglio che spesso sfugge nel dibattito sulla legge elettorale.
Un sistema proporzionale con premio di maggioranza, soglie studiate e preferenze è perfetto, infatti, per una minoranza consapevole, garantendogli seggi, posizioni, potere di interdizione. Trasforma la sconfitta in rendita politica.
In questo schema non serve conquistare il Paese: basta superare una soglia, presidiare un blocco sociale, controllare un pacchetto di voti. Anche con percentuali modeste si entra in Parlamento, si pesa nelle coalizioni, si contratta. La politica smette di essere competizione per il consenso e diventa gestione permanente degli equilibri.
Le preferenze, poi, sono un’assicurazione formidabile per chi non vince. Consentono di sopravvivere anche quando il partito arretra, perché spostano la selezione dal progetto collettivo alla forza individuale. Chi ha un territorio, una rete, un bacino fidelizzato non ha bisogno di una maggioranza, gli basta una legge che lo renda indispensabile.
È così che le minoranze diventano strutturali. Non rappresentano un’alternativa, ma una presenza inevitabile e mentre il Paese resta fermo, loro restano lì.
Per questo le riforme elettorali disegnate in questo modo trovano consensi trasversali. Non perché migliorino la democrazia, ma perché riducono il rischio politico per tutti gli attori del sistema, tranne uno: i cittadini.



