
Quando la disumanizzazione diventa linguaggio pubblico e istituzionale
Il video dura poco più di un minuto ed è dedicato ai presunti brogli elettorali nel Michigan nel 2020.
Un “esperto” non identificato sostiene che il conteggio dei voti si sarebbe fermato in cinque Stati mentre Trump era in vantaggio, per poi riprendere con Joe Biden improvvisamente avanti.
È dentro questo racconto complottista che compare, per pochi secondi ma in modo chiarissimo, un inserto in cui Barack e Michelle Obama sono rappresentati come scimmie che ridono, con in sottofondo The Lion Sleeps Tonight.
Un contenuto marcatamente razzista, pubblicato inizialmente da un account pro-Trump e poi rilanciato sul profilo del Presidente.
Ed è qui che va fatta una distinzione fondamentale:
Trump non realizza video, non monta clip, non crea meme.
Ma li approva, li rilancia e se ne assume la paternità politica.
Questo non è un post privato, non è satira casuale, non è “internet che esagera”.
È comunicazione presidenziale.
Qualcuno, uno staff, dei consiglieri, una struttura ufficiale ha ritenuto accettabile inserire un’immagine che richiama uno dei più antichi e violenti stereotipi razzisti della storia americana, all’interno di un messaggio che contesta la legittimità di un’elezione democratica.
La reazione politica lo conferma.
L’ufficio stampa di Gavin Newsom parla di “comportamento spregevole del presidente” e chiede a ogni repubblicano di denunciarlo.
Ben Rhodes, ex consigliere per la sicurezza nazionale di Obama, scrive che gli americani del futuro studieranno Trump come una macchia nella storia, mentre continueranno ad amare gli Obama.
La Casa Bianca prova a liquidare tutto come “un meme di internet”.
Ma è una difesa che non regge.
Perché quando il meme lo pubblica il Presidente degli Stati Uniti, non è più un meme: è un atto politico, è un segnale culturale.
È una scelta.
Il vero problema non è solo Trump. È l’idea, sempre più normalizzata, che qualsiasi linguaggio, anche il più degradante, possa diventare comunicazione istituzionale se serve a mobilitare, polarizzare, umiliare l’avversario.
Questa non è provocazione, è rinuncia al ruolo, ed è per questo che chi non prende le distanze è complice, soprattutto quando si tratta di un capo di Stato.
Qui non c’entra la sicurezza nazionale, non c’entra la libertà di espressione, non c’entra l’economia, c’entra la dignità umana.
Perché la storia insegna che quando la dignità viene normalizzata come bersaglio, quando la disumanizzazione diventa linguaggio pubblico e istituzionale, non si resta mai fermi al livello del “meme”.
È così che si aprono le pagine più buie della storia: non all’improvviso, ma per assuefazione, per silenzi, per complicità.Prendere le distanze non è un atto di debolezza.
È l’ultimo argine.



