Non è vero che la destra vuole riscrivere la storia. Ne vuole una tutta nuova.

La nascita di Futuro Nazionale, il nuovo partito di Roberto Vannacci, ufficializzata con l’uscita dalla Lega e un manifesto fondato su identità, tradizione, forza e appartenenza, non è solo un passaggio di sigla politica, é la rappresentazione plastica di una destra che non cerca mediazioni né continuità, ma un racconto totale, autosufficiente, emotivo. Un progetto che usa la politica come linguaggio simbolico e performativo, più che come strumento di governo.


Perché non è vero che questa destra vuole riscrivere la storia. La storia, in realtà, la lascia dov’è, quello che sta facendo è più sottile e, forse, più pericoloso: vuole scriverne una tutta nuova e tutta sua, una storia mitica, muscolare, eccitata da sé stessa.


Una narrazione che non cerca il confronto con il passato, ma lo sostituisce con un racconto epico fatto di identità pure, corpi forti, confini duri, parole cariche di adrenalina.
Qui non c’è memoria: c’è estetica.


Non c’è politica: c’è erotizzazione del potere.


La Patria non come comunità complessa e imperfetta, ma come oggetto da desiderare, difendere, possedere.
È una destra che non studia la storia perché non le serve: le basta un mito, qualche simbolo, un nemico e un “noi” abbastanza stretto da escludere quasi tutti.

Quando la politica diventa eccitazione identitaria, quando il futuro viene promesso come purezza e forza, non siamo davanti a un progetto, siamo davanti a una fantasia di dominio.
Il futuro non é scritto, ma la storia si e va impedito che venga sostituita da un racconto che celebra solo sé stessa.

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