La Legge di Bilancio 2026 non è neutrale: colpisce i Comuni e, con loro, i cittadini.
Tra il 2025 e il 2029 gli enti locali dovranno accantonare oltre 2 miliardi di euro: risorse già nei bilanci che non potranno essere usate per servizi, manutenzioni, sicurezza o welfare.
Chi ha un avanzo potrà forse investirli l’anno dopo.
Ma chi è in disavanzo — cioè la maggior parte dei Comuni medi e piccoli — li vedrà sparire per ripianare i conti.
Si parla di “responsabilità”, ma in realtà si impone immobilismo.
Come ha detto il presidente ANCI Gaetano Manfredi “I Comuni sono arrivati a fondo scala”.
Non ci sono più margini fiscali né spazi di manovra: le spese aumentano, i trasferimenti calano e la burocrazia cresce.
Nel frattempo restano senza risposta due emergenze: l’assistenza ai minori affidati e il sostegno agli studenti con disabilità , dove lo Stato copre meno di un terzo dei costi.
E poi c’è la beffa: l’imposta di soggiorno, pensata per sostenere i territori turistici, viene in parte trattenuta dallo Stato per altri fondi. Così, anche le città che funzionano, vengono penalizzate.
Una spesa corrente che si assottiglia
Ogni anno, le risorse per la spesa corrente — quella che serve per tenere accese le luci, garantire i trasporti, curare il verde pubblico — si riducono.
Nel frattempo aumentano i costi di energia, materiali, contratti di servizio.
I fondi del PNRR hanno sostenuto grandi progetti, ma hanno anche drenato liquidità e oggi rappresentano, per molti Comuni, l’ultimo vero canale di investimento.
Dopo, il rischio è un vuoto.
Su tutto, pesa il caro-bollette: costi energetici triplicati per illuminazione pubblica e riscaldamenti delle scuole, senza nessuna misura calmieratrice da parte del Governo.
Una voce di bilancio sempre più pesante, che mangia risorse a danno dei servizi.
I sindaci, parafulmini dello Stato
I sindaci oggi sono la prima linea della Repubblica, ma anche il suo parafulmine.
Ogni giorno i cittadini chiedono, giustamente, strade sicure, parchi curati, scuole riscaldate, servizi puntuali.
E sono richieste sacrosante, che ogni amministratore vorrebbe poter soddisfare tutte insieme.
Ma la verità è che, con risorse sempre più limitate, siamo costretti a scegliere.
Scegliere significa stabilire priorità, pianificare nel tempo, rimandare qualcosa per garantire qualcos’altro.
Significa decidere se intervenire prima su un tratto di strada, su un impianto sportivo o su una scuola, sapendo che ogni scelta comporta una rinuncia.
Non è mancanza di volontà, ma realismo amministrativo: la consapevolezza che ogni euro oggi pesa il doppio, perché le spese aumentano e i trasferimenti calano.
La verità è che si chiede ai Comuni di essere la “prima linea” dello Stato, ma si tolgono gli strumenti per farlo.
Si chiede efficienza, ma si impone immobilismo.
Si parla di autonomia, ma si centralizza tutto.
Non serve una manovra che blocca: serve una riforma che libera.
Serve fiducia negli amministratori locali, non sfiducia mascherata da controllo.
Più autonomia gestionale
Meno vincoli burocratici
Risorse certe per i servizi essenziali
Chi amministra oggi vive una sfida doppia: tenere insieme i conti e la fiducia delle persone.
E troppo spesso lo fa da solo, sotto il peso di tagli e regole che arrivano da lontano.


