L’Occidente non è in crisi: è in ritardo

A New York ha vinto Zohran Mamdani, 34 anni, figlio di immigrati, musulmano, socialista.
Ha vinto parlando di casa, salari, servizi, giustizia sociale. Ha vinto senza urlare, senza cercare nemici, costruendo fiducia.
Eppure, c’è chi – come il generale Vannacci – legge questa vittoria come una “resa culturale dell’Occidente”.
Una lettura miope e adatta per i social network che confonde la diversità con la sconfitta e la democrazia con un gioco senza regole, da piegare alle esigenze del consenso.
Ma l’Occidente non è in crisi: è in ritardo.
Ritardo nel capire che la politica deve tornare a occuparsi della vita quotidiana, non delle paure.
Negli Stati Uniti, l’inflazione ha ridotto il potere d’acquisto del ceto medio del 3% in due anni.
In Italia, secondo l’ISTAT, gli affitti sono cresciuti del +6,8% in un solo anno, mentre la spesa pubblica per l’edilizia popolare è scesa allo 0,03% del PIL, la metà di dieci anni fa.
Eppure, invece di discutere di salari e case, si torna a parlare di simboli e identità.
Il punto è proprio questo: Mamdani ha vinto perché ha parlato di ciò che tocca la vita delle persone.
La casa, il trasporto, il lavoro. La quotidianità. Ha saputo unire dove altri volevano dividere.
Ma ora viene il difficile.
Una campagna elettorale può accendere le speranze; governare, invece, significa saper scegliere.
In Italia spesso accade l’opposto: campagne perfette che si tramutano in governi immobili che pensano a un solo obiettivo…il prossimo mandato.
Per questo il vero coraggio, oggi, è quello di decidere, senza attendere il via libera dei notabili.
Chi fa politica deve sapere che la paura è una scorciatoia.
Trump lo sa bene: ogni novità la trasforma in minaccia e, anche da noi, c’è chi preferisce evocare invasioni culturali o battaglie identitarie piuttosto che parlare di bilanci, di lavoro, di riforme.
Ma la storia insegna che la paura non vince mai (perlomeno a fine campionato).
Vincono i fatti, le scelte, le risposte.
La vera resa culturale dell’Occidente non è eleggere un sindaco musulmano a New York, è smettere di credere nel futuro e in un mondo di pace. È accontentarsi dell’indignazione come programma politico ed elettorale.
Oggi servono leader che parlino di speranza con la concretezza numeri, di rinunce e di sviluppo, delle difficoltà e del progresso, non di hashtag.
Leader che si misurino sulla capacità di far crescere un territorio, non di alimentare un algoritmo.
Servono amministratori che sappiano che la libertà non è paura e che la modernità non è resa: è lavoro quotidiano, fatto di responsabilità, visione e coraggio.
La conclusione è che, come al solito, in Italia la sinistra sbaglierà a sventolare la bandiera della vittoria di Mamdani facendola propria (e così non è) e la destra tenterà di screditarla concentrandosi sulle ataviche paure indotte — dalla storia e dai social — mentre la politica vera dovrebbe fermarsi a capire cosa c’è dietro quel voto: la domanda di risposte concrete, di giustizia sociale, di casa, di salari, di dignità.
Non è una questione di identità, ma di credibilità.
Perché l’Occidente non è in crisi, è in ritardo: in ritardo nel capire che la speranza vince solo se diventa governo e che la paura si sconfigge con i fatti, non con gli slogan.
Il vero giudizio su Mamdani lo daranno i suoi cittadini, alle prossime elezioni.

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