L’economia americana vola. Ma il pilota è automatico e i passeggeri restano a terra.

C’è un racconto che continua a ripetersi: l’economia americana va forte, le imprese macinano utili, la tecnologia promette un futuro luminoso, poi però guardi sotto la superficie e scopri un’altra storia.
Sempre più persone lavorano peggio, sempre più persone guadagnano meno, sempre più persone vivono a credito.

Non è una crisi classica, non è un crollo improvviso, è qualcosa di più sottile: una crescita che non ha più bisogno delle persone.
Una crescita dei mercati e delle speculazioni.

Le aziende investono, sì, ma investono in automazione, in algoritmi, in intelligenza artificiale. Producono di più assumendo di meno. Il lavoro non sparisce di colpo, si svuota. Diventa intermittente, precario, sottopagato e quando manca il reddito stabile, restano solo due strumenti: risparmi e debito. I risparmi sono finiti. Il debito cresce.

È così che un’economia “in salute” finisce per poggiare su famiglie sempre più fragili che consumano perché devono, non perché possono.
Spendono perché non è possibile procrastinare salute, casa, istruzione.

Il paradosso è tutto qui. Il sistema funziona finché le persone reggono.
Ma quando la pressione diventa permanente, quando il futuro smette di essere una promessa e diventa un rischio, qualcosa si incrina.

Un’economia che separa profitti e salari, crescita e benessere, numeri e vite reali non è neutra, è una scelta politica e come tutte le scelte politiche, prima o poi, presenta il conto.
Non con un botto, ma con una lenta perdita di fiducia e quella nessun algoritmo la può compensare.

Lascia una risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *