
Giochi sulla neve in sicurezza
Le Olimpiadi invernali di Cortina dovrebbero incarnare cooperazione, apertura e incontro tra popoli.
Invece, per la sicurezza di Rubio e Vance, entrano in scena gli agenti dell’ICE — confermato ufficialmente come presenti a Milano-Cortina proprio per proteggere le delegazioni statunitensi.
Non è una scelta neutra né casuale. In questi giorni l’ICE è al centro della cronaca internazionale non per compiti di “difesa”, ma per l’uso estremo della forza nelle sue operazioni. A Minneapolis, infatti, un uomo disarmato — Alex Jeffrey Pretti, infermiere di 37 anni — è stato freddato dagli agenti con una raffica di almeno dieci colpi, e i filmati e le testimonianze disponibili sembrano contraddire in maniera evidente (e violenta) la versione ufficiale delle autorità statunitensi.
Qui non si parla solo di sicurezza personale. Si parla di un’agenzia che ha fatto dell’azione aggressiva e del controllo totale una cifra della sua identità, ora traslata in un evento internazionale con enorme visibilità. La presenza di un apparato noto per pratiche brutali e violente fianco a fianco con le celebrazioni olimpiche lancia un messaggio inquietante: paura, controllo e disciplina vengono prima di apertura e unità.
Che tutto questo venga giustificato come una misura “difensiva” è la conferma di quanto sia diventata normale l’idea di una sicurezza militarizzata, di un’autorità che spara prima di capire, che reprime prima di proteggere.
E giustamente, alle Olimpiadi invernali, arriva l’ICE.



