
Curling e politica: quattro anni di silenzio, due settimane da ultrá
Il curling torna ogni quattro anni. Arriva puntuale come le Olimpiadi e come le elezioni (cinque, se consideriamo solo le politiche e non cadono i governi, ma è uguale ). Per qualche settimana diventa improvvisamente centrale: tutti ne parlano, tutti tifano, tutti diventano esperti. Spazzole, ghiaccio, strategie. Opinioni fortissime, competenze freschissime.Poi finisce l’evento. E il curling smette di esistere. O meglio: smette di esistere per noi. Perché nel frattempo quelli del curling continuano ad allenarsi, continuano a fare gare, continuano a vivere dentro quello sport. Che a noi non freghi nulla, a loro, semplicemente, non interessa. Ed è qui che il parallelismo con la politica diventa evidente. Anche la politica per molti è qualcosa che compare ogni tre, quattro o cinque anni: il momento clou, la campagna, il voto. Tutti coinvolti, tutti appassionati, tutti tifosi. Poi si chiude la parentesi.E la politica, di nuovo, “non esiste più”. Solo che, come il curling, la politica continua. Le decisioni si prendono lo stesso, le partite si giocano lo stesso, con o senza il nostro interesse intermittente. Forse la vera illusione è pensare che ciò che seguiamo solo a intermittenza esista davvero solo quando lo guardiamo. Il curling no. La politica nemmeno.



