
“Another brick in the wall”
Ogni volta che un salario resta fermo, ogni volta che qualcuno rinuncia a curarsi, ogni volta che una famiglia sceglie tra l’affitto e la spesa… un altro mattone si aggiunge al muro che divide il Paese.
Oggi, 28 novembre, quel muro lo proviamo a scalfire.
Oggi il Paese si ferma. E non per capriccio, non per abitudine, non per “ideologia”. Si ferma perché troppe persone, in troppe città, da troppo tempo, vivono sulla propria pelle una verità che la politica nazionale continua a ignorare: l’Italia è diventata un Paese in cui si lavora di più, si guadagna di meno e ci si cura peggio.
Lo sciopero generale nasce da qui, nasce dal blocco salariale più lungo d’Europa, trent’anni in cui gli stipendi sono rimasti fermi mentre il costo della vita cresceva senza pietà. Nasce dalle pensioni che non tutelano più, dai servizi pubblici che arretrano, dalle famiglie che si indebitano per un affitto o per una visita medica. Nasce da un Paese che chiede sicurezza sociale, e che invece riceve una manovra che taglia il welfare e aumenta le spese militari.
Capisco chi oggi non potrà scioperare, chi ha un contratto precario, chi rischia di perdere una giornata di paga. Ma proprio a loro questo sciopero parla di più: perché nessuno dovrebbe scegliere tra il lavoro e i propri diritti, tra il salario e la dignità.
E proprio oggi, mentre l’Italia prova a farsi ascoltare, un messaggio arriva da lontano:
Roger Waters, l’uomo che quel muro lo ha raccontato al mondo, lo ha abbattuto, lo ha trasfigurato, manda un messaggio di sostegno ai lavoratori italiani. Oggi l’ispirazione della distopia, siamo noi.



