Born in the U.S.A. Dead in Minneapolis

C’era Born in the U.S.A.: una canzone scambiata per inno, quando era invece una ferita aperta.Oggi c’è Streets of Minneapolis, suonata a sorpresa in una città blindata, con una chitarra che dice “Arrest the President”. Quarant’anni fa Springsteen raccontava un’America che tornava dal Vietnam senza casa né ascolto. Oggi canta un’America che arresta, respinge, uccide e chiama ordine quello che altri chiamano paura. Cambiano i nomi, non la frattura.Allora lo stadio, la bandiera, l’equivoco collettivo. Oggi un club, una raccolta fondi, una scritta incisa sul legno di una chitarra.Ma il punto è lo stesso: usare la musica popolare per dire che l’America non è solo quella che si racconta, ma anche quella che lascia indietro, schiaccia, cancella.Born in the U.S.A. é stato un equivoco diventato successo.

Streets of Minneapolis è un atto di accusa che non chiede di essere frainteso.

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