
PERDERE IL LAVORO A 50 ANNI “Quando il lavoro manca, lo Stato non può mancare”
In Comune incontro ogni giorno persone che cercano lavoro. Troppe.
Sempre più spesso sono uomini e donne sopra i 50 anni, persone che un lavoro l’hanno avuto per una vita intera e che oggi si ritrovano a dover ricominciare da zero, magari per un’improvvisa crisi aziendale, per motivi di salute, per necessità familiari.
La perdita del lavoro è una delle esperienze più dolorose che una persona possa attraversare: mette in discussione la dignità, la stabilità economica, la sicurezza di una famiglia, persino la fiducia in sé stessi.
In una realtà come la nostra, dove le imprese sono poche e il turismo stagionale non può certo garantire continuità dello stipendio a chi deve pagare un affitto e mantenere una famiglia, tutto questo pesa ancora di più.
Da sindaco, mi trovo spesso a parlare con persone che vorrebbero soltanto una nuova possibilità e devo ammettere che, molte volte, mi sento impotente: non perché manchi la volontà, ma perché gli strumenti per il reinserimento nel mondo del lavoro sono fragili, incerti, e non offrono alcuna garanzia reale.
Intanto il costo della vita cresce, le pensioni non bastano, le famiglie si riducono all’essenziale e la distanza tra chi riesce a resistere e chi cade in difficoltà si fa ogni giorno più grande.
Quando esisteva il reddito di cittadinanza abbiamo provato, come Comune, a coinvolgere chi lo percepiva in lavori socialmente utili. Ce lo chiedevano gli stessi percettori del reddito, ma la burocrazia, i vincoli e le norme ci hanno sempre impedito di attivare davvero queste persone.
Per questo oggi sento che è il momento di dirlo chiaramente: serve una misura nazionale più semplice, più concreta, più umana. Un sostegno al reddito per il reinserimento al lavoro che sia nelle mani dei sindaci, per un periodo limitato, per coinvolgere le persone in attività utili alla comunità, restituire dignità e costruire percorsi di reinserimento vero.
Perché il lavoro non è solo stipendio: è identità, è sentirsi parte di una comunità, è un diritto costituzionale.
Non possiamo accettare che, in un momento storico difficile come questo, perdere il lavoro significhi perdere il futuro e la propria “cittadinanza”.
Le comunità resistono ed esistono solo se nessuno viene lasciato indietro.
Questo messaggio non resti solo un principio, ma diventi una realtà concreta per le persone che ogni giorno bussano alla nostra porta in cerca di dignità.



