Dopo le Regionali: la direzione giusta

Le regionali in Campania, Puglia e Veneto hanno cambiato il quadro politico più di quanto qualcuno immaginasse. Non perché abbiano prodotto un terremoto, ma perché hanno segnato una discontinuità: l’idea che il Governo fosse “invincibile” inizia a scricchiolare.
In questo scenario va colto il punto politico: l’alternativa esiste quando il campo progressista si presenta unito e, soprattutto, quando la componente riformista non viene relegata ai margini, ma considerata per quello che è, ovvero: determinante per ciò che accadrà da qui in avanti.

Il punto politico è questo:

Il centrosinistra vince quando non si chiude, quando non si accontenta del testimonalismo, quando non condanna all’irrilevanza il suo pezzo più innovatore e pragmatico.
La parte riformista è indispensabile non solo aritmeticamente, ma culturalmente: senza una visione europeista, moderna, liberale nei diritti e seria nei conti pubblici, la sinistra non torna alternativa di governo. L’obiettivo di molti attori è chiaro: costruire una gamba centrista credibile, che tenga insieme merito, diritti, impresa, riforme istituzionali e innovazione.
Non per tirare la coalizione a destra, ma per renderla competitiva. Perché, la realtà è che senza i riformisti il centrosinistra non vince e senza i popolari non può tornare a governare il Paese.

E adesso?

Ora servirà una coalizione che non si limiti a essere “contro” il Governo, ma che costruisca una proposta chiara su lavoro, sanità, infrastrutture, politica estera, istruzione, politiche industriali, welfare e lavoro.
Una coalizione che non cada nella tentazione del personalismo, del massimalismo o dell’ideologia. Serve un progetto, non un cartello elettorale utile solo al partito degli eletti, invece che a quello degli elettori.

Le regionali lo hanno dimostrato.
Il lavoro vero comincia adesso. 

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